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ADHD: se a casa e a scuola sembra un bambino diverso.

17 ott
Tempo di lettura: 2 min
ADHD: se a casa e a scuola sembra un bambino diverso
ADHD: se a casa e a scuola sembra un bambino diverso

«A scuola riesce a farlo.»

«A casa, invece, è una lotta ogni pomeriggio.»

Oppure accade il contrario: la famiglia descrive un bambino abbastanza tranquillo, mentre gli insegnanti raccontano difficoltà frequenti.

Da queste differenze può nascere un equivoco: qualcuno pensa che l’altro stia esagerando, sia troppo permissivo o non sappia gestire la situazione.

Eppure due racconti diversi possono essere entrambi attendibili. Per comprenderli, serve guardare più da vicino le situazioni.

Partire dai fatti osservabili

“Non ascolta” è una descrizione molto ampia.

Proviamo a renderla concreta:

«Quando diamo tre istruzioni insieme, esegue la prima e poi si ferma.»

Anche “a casa non vuole fare nulla” può diventare:

«Prima di iniziare i compiti si alza spesso. Quando leggiamo insieme la prima consegna, riesce a partire.»

Queste descrizioni aiutano a individuare un intervento. Le etichette, invece, dicono poco su ciò che possiamo cambiare.

Confrontare le condizioni

Prima di confrontare le prestazioni, confrontiamo ciò che viene richiesto.

  • L’attività è individuale o di gruppo?

  • La consegna è scritta, spiegata a voce o mostrata?

  • Quanto dura il lavoro?

  • Il bambino può chiedere aiuto facilmente?

  • Quali sostegni sono già presenti?

  • In quale momento della giornata si trova?

Dire “qui ci riesce” diventa più utile quando aggiungiamo: “con queste condizioni”.

Scegliere un obiettivo condiviso

Una proposta pratica è individuare un solo obiettivo iniziale.

Per esempio: cominciare il lavoro dopo aver individuato la prima azione.

A scuola l’insegnante può chiedere: «Mostrami da dove inizi». A casa il genitore può usare la stessa domanda, adattandola al compito.

Non è necessario rendere identici i due ambienti. È utile concordare un aiuto riconoscibile e verificare se serve davvero.

Scambiarsi anche ciò che funziona

Un contatto fatto soltanto di segnalazioni negative rischia di diventare faticoso per tutti.

Possiamo condividere anche piccoli progressi concreti:

«Oggi ha chiesto una spiegazione prima di lasciare il lavoro.»

«È riuscito a preparare il materiale usando la lista.»

Non servono elogi generici: serve capire quali condizioni hanno favorito quel risultato.

Dare spazio alla voce del bambino

Possiamo chiedergli:

«Quando ti senti più in difficoltà?»

«Quale aiuto ti serve davvero?»

«C’è qualcosa che facciamo e che ti mette in imbarazzo?»

Le sue risposte vanno ascoltate insieme alle osservazioni degli adulti.

La collaborazione diventa concreta quando scuola e famiglia cercano insieme un sostegno da provare, osservare e modificare.

Quale informazione vorresti che la scuola — o la famiglia — conoscesse meglio?

Maestra Tiziana • Tutor ADHD


 
 
 

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